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Malone muore (ancora)

Einaudi fa tornare in libreria il capitolo centrale della cosiddetta trilogia. La traduzione è sempre quella di Aldo Tagliaferri per l'edizione precedente, ormai introvabile.

Einaudi fa tornare in libreria Malone muore, capitolo centrale della cosiddetta trilogia romanzesca di Samuel Beckett (preceduto da Molloy e seguito da L’innominabile). La traduzione è di Aldo Tagliaferri ed è la stessa dell’edizione Einaudi del 1996, per la collana NUE, ormai introvabile.

Quando diedi vita a samuelbeckett.it quella di Malone muore fu una delle prime schede critiche che scrissi, anche se basata sulla traduzione di Giacomo Falco, risalente agli anni Settanta del secolo scorso. Mi sembra ancora buona per incuriosire chi questo romanzo non l’ha ancora letto e vuole capire che luce c’è tra quelle pagine.

Malone muore per me è sempre stato l’anello debole della catena, senza voler dare con questo nessun giudizio di valore. Anzi, nella poetica beckettiana, l’aggettivo “debole” può assumere significati inaspettatamente positivi. Non siamo più nella camera di tortura della fabula dove Beckett aveva seviziato la trama di Molloy, non siamo ancora nelle regioni estreme della prosa con L’innominabile. Siamo nel letto di morte di Malone, che – come i futuri personaggi di Finale di partita – sta per morire, sta per finire e non finisce mai. Siamo lì. Siamo in bilico. Siamo il bilico. Forse proprio per questo stato di sospensione, in cui già si percepisce il vuoto ma si è ancora con i piedi per terra, Malone muore, dei tre, è il romanzo che mi emoziona di più.

Che poi la “trilogia” non sia di fatto una trilogia lo dice bene Gabriele Frasca nella sua ennesima perfetta prefazione (nell’attuale panorama italiano Beckett non poteva augurarsi un curatore migliore). La chiamiamo trilogia per convenzione ma Beckett non ha mai pensato a queste tre opere come parte di un trittico e in Francia i tre romanzi sono sempre stati pubblicati separatamente.

Malone, insomma, torna a morire per noi in una nuova edizione.

Così vanno le cose per l’oggetto che avete fra le mani: un libro non finisce, siete magari voi a finirlo, ma non lo finite mai una volta per tutte, e non appena lo richiudete, siatene certi, non può che tornare in attesa di finire ancora. Dovreste incenerirlo una frase dopo l’altra con lo sguardo, perché possa morirvi sul serio sotto gli occhi. Sono considerazioni queste banali, sebbene gelate nel loro umorismo sterniano, che valgono per tutto ciò che rimettiamo in circolo, una pellicola o una bobina o un disco o un file, e persino per la performance di un aedo, macchina a suo modo fondante di ogni istituto narrativo, se non altro per quanto parrebbe più di ogni altra incarnata; perché la pratica di giustiziare i messaggeri non appena consegnato il messaggio non solo è assai dispendiosa, ma non è detto che garantisca l’auspicato collasso d’informazione.

Gabriele Frasca, dalla prefazione alla nuova edizione Einaudi di «Malone muore» (2011)

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