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È morto Giancarlo Cauteruccio

L'attore e regista calabrese, uno dei principali esponenti del teatro di ricerca in Italia, aveva 69 anni. Si era confrontato con l'opera di Beckett nell'arco di tutta la sua carriera.

Domenica scorsa è morto Giancarlo Cauteruccio, uno degli esponenti principali del teatro di ricerca in Italia. Aveva 69 anni. Per quelli della mia generazione, Cauteruccio era anche qualcosa di più: all’inizio degli anni Ottanta, con la sua compagnia teatrale Krypton, aveva messo in scena una straripante trasposizione dell’Eneide, la cui colonna sonora scelse di affidare agli allora emergenti Litfiba. Il racconto di Enea (l’attacco del secondo libro, «Tu vuoi regina che un dolore indicibile rinnovi…») diventava in quella messinscena qualcosa di tellurico.

Per i beckettiani, Cauteruccio è stato anche e soprattutto uno sperimentatore sapiente e appassionato. Ha messo testa e cuore nel teatro di Beckett, rileggendolo alla luce di una ricerca mai fine a se stessa, forzando gli schemi senza romperli.

Molti anni fa ebbi il piacere di andare a cena insieme a Giancarlo Cauteruccio al termine di una sua performance. Aveva portato in scena L’ultimo nastro di Krapp al Teatro Sala Uno di Roma. A tavola posi a Cauteruccio un bel po’ di domande, cercando di non risultare troppo invadente. La cosa che mi incuriosiva di più era il commento musicale che aveva aggiunto, una rielaborazione elettronica di quello che a me sembrava essere un canto gregoriano. Volevo sapere tutto: il perché di quella scelta e soprattutto le fonti sonore che aveva usato. Su questo fu molto reticente, come uno chef che non ti rivela quali spezie mette nella marinata. 

Parlò invece a lungo e volentieri dell’altra “trasgressione” al testo: mostrare, cioè, Krapp alle prese con pentole e fornelli quando si alzava il sipario. Mi disse che per le persone anziane che vivono da sole cucinare per se stesse è qualcosa di importantissimo. Si dedicano alla preparazione dei pasti con un’attenzione e una dedizione particolari. E Krapp, mi disse, era soprattutto questo: prima ancora di essere un artista fallito era un vecchio solo.

Cauteruccio si cimentò per la prima volta con l’opera di Beckett nel 1989 con lo studio scenico Forse. Poi portò in scena una incredibile riscrittura in dialetto calabrese di Finale di partita (U jocu sta’ finiscennu) che pur nella trasformazione della lingua manteneva intatta la potenza dell’originale. Il punto più alto del suo corpo a corpo con Beckett resta comunque il Trittico (Atto senza parole, Non io, L’ultimo nastro di Krapp) che portò in scena a partire dal 2006. Nel 2016 Cauteruccio aveva affidato alle Edizioni Clichy un volumetto intitolato Nel buio di un teatro accecante in cui ripercorreva attraverso foto, ricordi e citazioni il suo rapporto con l’opera di Beckett.

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