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Riportando tutto a casa

Un articolo del Guardian dedicato all'imminente Samuel Beckett Biennale solleva di nuovo l'annosa questione del difficile rapporto tra Beckett e la sua terra natale.

In un articolo apparso il 10 luglio scorso sul Guardian, Holly O’Mahony racconta la nascita della Samuel Beckett Biennale organizzata da Arts Over Borders, un progetto teatrale ideato da Seán Doran e destinato a svilupparsi nell’arco di dodici anni tra Irlanda e Gran Bretagna, nei luoghi legati alla vita e all’opera dello scrittore. La Biennale viene presentata come un tentativo di riportare Beckett simbolicamente in Irlanda, affrontando il rapporto difficile e contraddittorio che ebbe con il proprio paese.

Beckett lasciò l’Irlanda dopo gli studi al Trinity College, senza tornarvi più stabilmente, visse soprattutto a Parigi e scrisse in francese molte delle sue opere principali. La sua estraneità alla patria derivava tanto dalla condizione di protestante in un paese cattolico quanto dal rifiuto del clericalismo e della censura culturale. Nel 1958, per protesta contro l’esclusione dal festival teatrale di Dublino di opere di Joyce e O’Casey, vietò per due anni la rappresentazione dei propri testi in Irlanda. Una distanza che il critico Vivian Mercier sintetizzò osservando che Beckett era irlandese, ma che definirlo «uno scrittore irlandese» comportava un’«acrobazia semantica».

Samuel Beckett […] is an Irishman, but to call him an Irish writer involves some semantic sleight of hand.

Vivian Mercier, «Beckett/Beckett» (Oxford University Press, 1977)

L’articolo sottolinea però come nella lingua, nei paesaggi e nei personaggi beckettiani rimangano numerose tracce irlandesi. Soprattutto, a partire dagli anni Ottanta, fu l’Irlanda a cambiare: diventando più secolare, pluralista ed europea, il paese finì per avvicinarsi a quello scrittore che in precedenza non aveva saputo accogliere. Un momento decisivo fu il festival organizzato nel 1991 dal Gate Theatre di Dublino, che mise in scena tutti i diciannove testi teatrali di Beckett e venne percepito come una vera «riappropriazione nazionale» (O’Mahony nell’articolo usa proprio l’espressione «national reclamation»).

La nuova Biennale continua questo processo con una formula sperimentale basata su “letture performative”, che consente una certa libertà pur rispettando i severi vincoli imposti dagli eredi. Tra i progetti già realizzati figurano un Krapp’s Last Tape in cui Malcolm Sinclair dialogava con una ricostruzione tramite intelligenza artificiale della propria voce giovanile e una versione in ulster-scots di Waiting for Godot.

L’iniziativa più sorprendente – anche se il nostro Glauco Mauri aveva già fatto qualcosa di simile nel 1991 (vedi l’ultimo paragrafo dalla scheda critica sul Krapp, in questo sito) – riguarda proprio Krapp’s Last Tape: nel 2036 Samuel West, ormai sessantanovenne come il personaggio, ascolterà una registrazione della propria voce realizzata nel 2006, quando aveva la stessa età del giovane Krapp. Richard Dormer farà qualcosa di analogo due anni dopo. I nastri, commissionati trent’anni prima da Doran, sono custoditi negli archivi della BBC e per gli spettacoli, nonostante non siano ancora stati fissati luoghi e date precise, sono già stati venduti centinaia di biglietti.

Il programma comprende inoltre Not I, diretto da Rufus Norris e interpretato dal soprano Claire Booth, Love, Sam, uno spettacolo costruito sulle lettere di Beckett e, per il 2028, un Waiting for Godot internazionale affidato a quattro attori senza dimora: un Estragone francese, un Vladimiro slavo, un Pozzo italiano e un Lucky inglese.

O’Mahony sembra proporre, in buona sostanza, di superare la vecchia contrapposizione tra Beckett irlandese e Beckett europeo: oggi lo scrittore può essere considerato, più appropriatamente, un «irlandese europeo per eccellenza», insieme profondamente legato alla propria origine e irriducibile a qualsiasi identità nazionale.

With his work still staged and celebrated across the continent – and now claimed, in his own Biennale, by Britain and Ireland at once – perhaps Beckett is best remembered not as Mercier’s “Irishman but not an Irish writer”, but as something the man himself might have found easier to live with: a quintessential Irish European.

Holly O’Mahony, «‘It’s a national reclamation’: the 12-year festival bringing Samuel Beckett back to Ireland», The Guardian, 10 luglio 2026

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