«Finale di partita» si fa in tre
Nel film «Pin de Fartie» il regista argentino Alejo Moguillansky scompone e rimescola il testo di Beckett, trasformando il rapporto tra Hamm e Clov in tre diverse storie familiari e sentimentali.
Così come il titolo Pin de Fartie fa capire chiaramente qual è l’originale da cui proviene (ovvero Fin de partie, titolo francese di Finale di partita) allo stesso modo trama e personaggi dell’originale beckettiano sono ancora chiaramente riconoscibili nella trasposizione cinematografica dell’argentino Alejo Moguillansky.
Il film del regista argentino, presentato nel 2025 alla Mostra del cinema di Venezia e successivamente al New York Film Festival, è arrivato in questi giorni nelle sale dell’Institute of Contemporary Arts di Londra. In una recensione pubblicata dal Guardian, Leslie Felperin lo definisce un «remix cinematografico» di Finale di partita e aggiunge che il film in alcuni punti pecca di autocompiacimento, pur essendo «fresco, piacevolmente provocatorio e, a tratti, commovente.»
Nella prima storia Hamm e Clov diventano Otto (Santiago Gobernori) e Cleo (Cleo Moguillansky, figlia del regista). Otto, come l’originale Hamm, è cieco, ma non immobilizzato su una sedia a rotelle; Cleo è sua figlia. I due vivono in una casa affacciata su un lago e il rapporto di dipendenza, insofferenza e reciproca necessità che lega i personaggi di Beckett assume esplicitamente i toni di un conflitto familiare.
In un secondo episodio, ambientato a Buenos Aires, Laura Paredes e Marcos Ferrante interpretano due attori che si incontrano clandestinamente in un appartamento. Potrebbero sembrare amanti, ma si stanno invece ritrovando per provare Finale di partita. Sarà proprio la frequentazione del testo di Beckett a farli innamorare.
La terza variazione vede un’anziana donna cieca, interpretata dalla pianista Margarita Fernández, chiedere al figlio – lo stesso Moguillansky – di leggerle alcuni passi del dramma nella traduzione spagnola.

A collegare e commentare le diverse parti intervengono la performer Luciana Acuña, moglie del regista, e il musicista Maxi Prietto, autore di canzoni dal sapore folk ispirate a ciò che accade sullo schermo. Il risultato, della durata di 106 minuti, si colloca in una zona intermedia tra cinema, teatro, saggio critico e gioco familiare. Una libera variazione sul tema che potrebbe far storcere il naso ai puristi (e alla Samuel Beckett Estate, anche se al momento non si registrano veti). Va tuttavia detto che non stiamo parlando di una messinscena allestita in modo platealmente difforme dalle indicazioni del copione, ma di una trasposizione cinematografica. Sarà interessante capire se, dopo aver subito questo “remix”, il perfetto congegno messo a punto da Beckett continui comunque a funzionare.




